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La Politica Italiana ai tempi del Coronavirus

E’ quanto mai probabile che l’epidemia in corso sia destinata a modificare il panorama politico italiano, e non soltanto italiano, fino a renderlo irriconoscibile. E non sto parlando del governo Conte o dei sondaggi su Salvini, ma di trasformazioni ben più radicali. Come sempre quando il tessuto della storia si lacera, è molto difficile prevedere in quale modo la lacerazione si ricomporrà. Possiamo però almeno avviare un ragionamento, sapendo che si tratta soltanto del primo passo, molto malfermo, di una riflessione che ci accompagnerà per mesi, forse anni. E possiamo incardinare questo avvio di ragionamento su tre parole tronche: serietà, sovranità, libertà. La serietà, innanzitutto. La nostra è un’epoca poco seria. Come il filosofo spagnolo José Ortega y Gasset diceva del periodo fra le due guerre mondiali, anche oggi «una ventata di farsa generale soffia sul suolo europeo».

Ma da dove viene mai quest’aria farsesca? Negli stessi anni di Ortega un grande storico, l’olandese Johan Huizinga, proponeva una possibile chiave di lettura: «come il puzzo dell’asfalto e della benzina sulle città», scriveva, «così incombe sul mondo un nuvolone di sofismi». All’ombra di un nuvolone di sofismi diventa impossibile distinguere il bene dal male o il falso dal vero. Le percezioni si staccano dalla realtà, e di dimostrabile, verificabile, “oggettivo” resta ben poco. Prive di riferimenti condivisi, le persone si isolano le une dalle altre e si rifugiano ciascuna all’interno della propria soggettività. Se sono immerso in una Babele d’interpretazioni e non ho un criterio che mi aiuti a distinguerle, del resto, perché mai non dovrei sposare le letture del mondo che più mi convengono e gratificano soggettivamente? Se tutti i punti di vista si equivalgono, perché dovrei rinunciare a difendere il mio punto di vista soggettivo, a qualunque costo? Queste soggettività sperdute nel mare dei sofismi potranno dire tutto e il contrario di tutto, cambieranno opinione a seconda delle convenienze, e non saranno mai obbligate a motivare, dimostrare o rendere conto di alcunché.

Una farsa, appunto. E una farsa triste e priva di spirito per giunta, poiché tutti avvertiranno il vuoto, la vanità e l’ipocrisia che il loro frenetico agitarsi cerca invano di esorcizzare. Del nuvolone di sofismi che ci avvolge abbiamo spesso incolpato o i social media o i partiti cosiddetti populisti. Basti pensare ai tanti discorsi di questi anni sulle fake news. Ma i social media sono soltanto uno strumento, per quanto potente. E i partiti populisti paiono più aver sfruttato il nuvolone che averlo creato – anche se, non c’è dubbio, sfruttandolo lo hanno alimentato. Forse il punto è altrove, allora. Forse i social media non fanno altro che amplificare sofismi già esistenti, dei quali per parte sua il populismo è una conseguenza e non una causa. E forse quei sofismi trovano a loro volta una matrice ben più profonda in nient’altro che nell’avanzare della nostra modernità. La modernità occidentale del resto, relativistica e individualistica, da più di due secoli disincanta il mondo, corrode le certezze, moltiplica i punti di vista, esalta la soggettività. Ed è difficile non pensare che il nuvolone di sofismi non sia altro che il risvolto negativo delle sue tante conseguenze positive. Torniamo all’epidemia. Le catastrofi sono nemiche mortali dei nuvoloni di sofismi. Il nuvolone di cui parlava Huizinga negli anni Trenta, ad esempio, fu disperso dalla seconda guerra mondiale, e ci mise poi vent’anni per ricominciare a prender forma. Riportando al centro la realtà in tutta la sua durezza, le catastrofi ci obbligano a uscire dal chiuso della nostra soggettività per fronteggiare il nemico comune. A semplificare drasticamente, sotto la spinta dell’urgenza pratica, le molteplici letture possibili della realtà. Nelle catastrofi dobbiamo trovare un accordo sul vero e sul falso e sul bene e sul male, motivare quel che affermiamo, impegnarci alla coerenza. In una parola: siamo costretti a esser seri. La sovranità, in secondo luogo.

C’è stato in questi giorni chi ha sostenuto che l’epidemia, mostrando come i singoli stati non siano in grado di affrontare una sfida planetaria, porterà a un’accelerazione dei processi d’integrazione sovranazionale. Non meno globalizzazione, quindi, ma di più. È un’argomentazione logica, e non è detto che il futuro non la dimostri corretta. Contiene però un grave elemento di fragilità. Nella vicenda del coronavirus abbiamo visto delle istituzioni locali, gli stati nazionali e le loro articolazioni interne, affrontare una sfida globale con strumenti squisitamente territoriali – delimitazione, esclusione, confinamento. È senz’altro vero che se quelle istituzioni si fossero coordinate su scala globale avrebbero agito in maniera molto più rapida ed efficace. Poiché quel coordinamento non c’è stato, tuttavia, questa considerazione resta ipotetica, e mi permetto di dubitare che agli occhi del «cittadino qualunque» essa sia destinata a prevalere su una percezione ben più immediata e concreta: il nemico è giunto da fuori, la salvezza è stata trovata dentro. Mi permetto di dubitare, insomma, che alla fine di tutto questo si leverà una richiesta di maggiore integrazione globale. Tanto più che è la quarta volta in vent’anni che quell’integrazione viene percepita come una fonte d’instabilità, dopo l’11 settembre, la Grande Recessione e l’ondata migratoria, e nelle occasioni precedenti la risposta delle opinioni pubbliche è sempre andata nella direzione di chiedere che si rafforzassero gli stati nazionali. E tanto più che almeno per ora, e diversamente da quanto accadde infine in occasione della crisi del debito sovrano del 2011-2012, sulla risposta dell’Unione europea all’epidemia non possiamo che stendere un europeistico pietosissimo velo.

Veniamo infine alla terza parola tronca: libertà. Le catastrofi, dicevo, sono nemiche mortali dei nuvoloni di sofismi. Ma quei nuvoloni, a loro volta, sono il risvolto negativo della modernità occidentale, individualistica e relativistica. Ed è difficile pensare che le catastrofi riescano a eliminare chirurgicamente le conseguenze negative senza intaccarne in alcun modo le cause positive. La serietà, insomma, ci imporrà di ripensare seriamente le nostre libertà. Quanto alla sovranità, non c’è neppure bisogno di dirlo: non è chi non veda nella sua espansione un rischio per la democrazia liberale. Ma quel rischio c’è pure nell’ipotesi opposta, l’accelerazione della globalizzazione, anche se da quella parte tanti continuano a non vederlo. Nessuno, infatti, ha ancora capito se la maggiore integrazione sovranazionale possa essere coniugata col governo dell’opinione pubblica, e come. Siamo giunti a un tornante delicatissimo per
la società aperta. Le sfide esterne la mettono in grande difficoltà, e i suoi nemici si moltiplicano. Anche i suoi più appassionati amici, però, dovrebbero fare attenzione: non è affatto detto che aprirla ancora di più, e più velocemente, sia oggi il modo migliore per difenderla.